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lunedì 9 maggio 2011
martedì 7 settembre 2010
Realacci ricorda il Sindaco-pescatore
Ancora una bellissima riflessione e un affettuoso ricordo del sindaco di Pollica, Angelo Vassallo, brutalmente assassinato. Ermete Realacci, deputato PD, scrive oggi su Europa: "con la sua serena determinazione aveva fatto capire che la tutela dell'ambiente e del territorio, non sono un freno, ma le precondizioni per lo sviluppo economico e il futuro del nostro paese". Niente di più vero e una fra le priorità che ogni buon amministratore, come Angelo Vassallo è stato, dovrebbe avere nel proprio operato.
Qui il ricordo di Realacci su Angelo Vassallo.
Qui il ricordo di Realacci su Angelo Vassallo.
giovedì 19 agosto 2010
Ricordando, ma non solo, De Gasperi
venerdì 11 giugno 2010
domenica 9 maggio 2010
In ricordo di Aldo e Peppino
A 32 anni di distanza, quella del 9 maggio ’78, resta ancora la notte più buia che lo Stato Italiano abbia mai vissuto. Il terrorismo e la mafia avevano sferrato il loro colpo più forte. Il corpo di Aldo Moro, Presidente della DC, dopo 55 giorni di prigionia in mano alle Brigate Rosse, veniva ritrovato nel cofano bagagli di una Renault 4 a Roma, in via Caetani. Di Aldo Moro resta, come lo definì il papa Paolo VI, il ricordo di un “uomo mite e buono”, il cui pensiero politico è ora più che mai attuale e utile all’Italia democratica e repubblicana.Nella stessa notte, Peppino Impastato, un giovane attivista politico che ha passato la sua vita ad urlare alla radio per denunciare i delitti e gli affari dei mafiosi, veniva assassinato.
Una sola data, un solo giorno per ricordare due grandi uomini, simbolo di integrità morale e portatori di sani e nobili principi nella politica del nostro Paese. E di cui ce ne sarebbe tanto bisogno, oggi, in Italia come a Rignano.
Sotto riporto, in ricordo, uno scritto di Aldo Moro...
Non si tratta solo di essere più efficienti, ma anche più profondamente capaci di comprensione, più veramente partecipi, più impegnati a far cogliere in noi non solo un’azione più pronta, ma un impegno di tutta la vita, un’anima nuova che sia all’unisono con l’anima del mondo che cambia, per essere migliore e più giusto. Il nostro dovere è oggi dunque estremamente complesso e difficile. Perché siamo davvero ad una svolta della storia e sappiamo che le cose sono irreversibilmente cambiate, non saranno ormai più le stesse. Vuol dire questo che stiamo per essere travolti dagli avvenimenti? Vuol dire questo che non vi siano binari da apprestare, leggi giuste da offrire alla società italiana, istituzioni capaci di garantire il moto della storia, incanalandolo perché non approdi all’anarchia, alla dispersione, alla delusione? Certamente no. Noi dobbiamo governare e cioè scegliere, graduare, garantire, ordinare, commisurare l’azione ai rischi che sono tuttora nella vita interna ed internazionale, ma sapendo che il mondo cambia per collocarsi ad un più alto livello. Certo noi opereremo nei dati reali della situazione, difendendo, contro il disordine, la libertà, l’ordine e la pace. Ma dovremo farlo, e questo è il fatto nuovo e difficile della nostra condizione, con l’animo di chi, consapevole delle strette politiche e delle ragioni del realismo e della prudenza, crede profondamente che una nuova umanità è in cammino, accetta questa prospettiva, la vuole intensamente, è proteso a rendere possibile ed accelerare un nuovo ordine nel mondo.
Discorso al Consiglio nazionale della Democrazia Cristiana, 21 novembre 1968
venerdì 12 febbraio 2010
Vittorio Bachelet, un ricordo
In occasione del trentennale dalla scomparsa di Vittorio Bachelet, ucciso il 12 febbraio 1980 dalle Brigate rosse all’ingresso della facoltà di Scienze politiche dell'Università La Sapienza di Roma, mi piace ricordarlo con un'intervista rilasciata proprio dal figlio Giovanni l'altro ieri all'Avvenire.
lunedì 9 novembre 2009
20 anni dalla caduta del Muro

Sono oggi 20 anni dalla caduta di quel Muro... e vorrei ricordare quella data con le parole che molti anni prima pronunciò Benigno Zaccagnini, in un discorso alla Camera, nel luglio del 1963: «Vi è una barriera che per noi tutte le simboleggia: il muro di Berlino, un muro che per la prima volta nella storia serve non per impedire che altri dall’esterno penetri, ma per impedire che chi soffre dentro la città di Berlino est possa uscire ed evaderne. Noi sappiamo che anche questo muro verrà abbattuto; e non verrà abbattuto dai carri armati, ma dal cammino travolgente delle idee di libertà, di giustizia e di pace che ovunque avanzano nel mondo» (Benigno Zaccagnini, 11 luglio 1963).
venerdì 6 novembre 2009
Così Zac ci insegnò a credere che i muri sarebbero caduti
Quando arrivò la notizia che Zaccagnini non era più tra noi, quella sera di vent’anni fa, in poche ore in tanti cominciammo a telefonarci. Improvvisamente ricostruimmo una rete di contatti, di rapporti che in molti casi si erano allentati o interrotti nel tempo.
Ci telefonammo in ogni città d’Italia per parlarci di quel dolore che sentivamo dentro.
A migliaia ci sentimmo d’improvviso come orfani di un padre a cui volevamo un bene intenso. Perché era qualcosa di più, e di più intimo, di un rapporto tra discepoli e maestro. Qualcosa di più, e di più profondo, del rapporto tra un leader e le migliaia di giovani che lui aveva avvicinato alla politica, che avevano iniziato a fare politica grazie a lui.
Ci sentivamo veramente una generazione, i ragazzi di Zac, arrivati a scegliere la Democrazia cristiana quando, dopo le dure sconfitte al referendum sul divorzio e alle amministrative del 1975, il partito aveva imboccato in quel modo imprevisto la strada del rinnovamento, sotto la guida di quest’uomo così diverso dall’immagine grigia e ripiegata sulla sola gestione del potere che la Dc in quegli anni aveva trasmesso al paese.
Qualcuno, anche allora, e ancora negli anni successivi, ironizzò sulla parabola di quell’uomo mite che era improvvisamente approdato sotto la luce dei riflettori. Lo chiamavano l’onesto Zac, dove l’aggettivo “onesto” doveva rappresentare nello stesso tempo un riconoscimento e un limite. Fu proprio quell’aggettivo che a noi ragazzi sembrò una straordinaria dote, così rara in quella stagione: la credibilità personale.
Benigno Zaccagnini era effettivamente un politico diverso dagli altri.
Perché per lui l’impegno era qualcosa che scaturiva come conseguenza inevitabile della sua fede.
In politica non per la fede ma a causa della fede. Non si stancava mai di ripetere ai giovani quella spiegazione.
E in questa motivazione, così impegnativa, c’era il senso di un dovere che non si può ignorare. Quel dovere di mettersi sempre al servizio del prossimo.
Per lui era stato sempre così, e noi lo sapevamo e lo vedevamo.
Sapevamo e conoscevamo questa sua storia avventurosa e complicata, che lo aveva portato a cambiare la sua vita e a dire di sì a domande scomode. Come quando aderì alla Resistenza. O come quando, finita la guerra, dovette cambiare i suoi progetti di vita, di medico, per rispondere alla chiamata della politica.
La politica come carità. La politica come amore del prossimo.
La politica come il campo dove testimoniare la “differenza cristiana”. Fu questa radicale distanza dal modello del politico tradizionale che ci affascinò e ci conquistò. Perché in Zac vedevamo un uomo che usava il potere e non ne era usato.
Lo scrisse bene Walter Tobagi nel febbraio del 1980, tre mesi prima di essere ammazzato dalle Brigate rosse: «Il primo miracolo di Zaccagnini è stato di restituire fiducia ad un partito che pareva destinato al naufragio: l’onesto Zaccagnini, il segretario dalla faccia pulita, il simbolo dell’antipotere che entusiasma le folle, parla ai giovani, risveglia l’anima popolare del partito, reinventa le feste all’insegna dell’amicizia e del confronto-concorrenza con i comunisti ».
Non c’è dubbio che la segreteria di Zac fu una straordinaria intuizione di Aldo Moro e della sua intelligenza politica.
Ma ciò che salvò la Dc fu qualcosa di più e forse di imprevisto: fu la credibilità personale, di uomo capace di ricostruire attorno al partito speranza e fiducia.
Avvenne tutto in pochi mesi.
Zaccagnini cominciò commemorando don Mazzolari, riscoprì il messaggio più autentico dell’ispirazione cristiana, di quel prete di campagna che parlava di “rivoluzione cristiana”.
Poi parlò, come Berlinguer, di una questione morale. E i giovani, tra lo stupore dei notabili che non capivano come quel dirigente ritenuto provvisorio e fragile potesse suscitare entusiasmi mai visti, lo seguirono, lo sostennero, contagiarono gran parte del partito sino a spezzare equilibri e incrostazioni interne.
Eravamo in centomila ragazzi, arrivati chissà da dove, spontaneamente e senza nessuna organizzazione, nella piazza di Palmanova, alla chiusura della prima festa dell’Amicizia nazionale, a sventolare bandiere che non sventolavano più da decenni ascoltando Zaccagnini che, a conclusione di quel discorso, ci diceva: «Il fiore è di nuovo bianco».
C’era, in quelle parole, il senso del nostro orgoglio. Della nostra appartenenza a una grande storia, che veniva da lontano, e che era stata in qualche modo piegata e avvilita.
«È proprio l’ identità democratica e cristiana del nostro partito – diceva Zaccagnini nella replica che concluse il congresso del ’76 – che non ci consente di essere il polo moderato dello schieramento politico italiano, il partito conservatore sottoposto alla volontà dei suoi protettori borghesi, e nemmeno il comitato d’affari del capitalismo italiano, oppure un’organizzazione di pura e semplice occupazione del potere». Sono parole che suonano ancora oggi come scandalose e audaci. E noi, giovani, democratici e cristiani, ci sentivamo rappresentati da un uomo che parlava così. Con un linguaggio che a distanza di tanti anni ha conservato una forza dirompente.
Ci stava stretto un partito moderato. Non ci piaceva un partito condannato a governare e votato solo per il suo essere baluardo anticomunista. Magari turandosi il naso. Ci sentivamo avversari dei comunisti, certo. Ma volevamo con loro una gara virtuosa tra chi aveva le idee più innovative, tra chi si impegnava di più per i propri ideali. Anche questo ci aveva spiegato Zac, con quella frase che per noi è famosa: «Sul piano politico il no al comunismo significa che se essi studiano, noi dobbiamo studiare di più; che se essi lavorano, noi dobbiamo lavorare di più; che se essi sono seri, noi dobbiamo essere più seri; che se essi hanno fede, noi dobbiamo avere più fede e certezza nelle nostre idee di quanta ne abbiano loro».
Nel Pci, in quella grande forza popolare, vedevamo profonde diversità ma anche valori comuni. Quei valori e quegli ideali che avevano tenuto insieme, nella Resistenza, i partigiani bianchi e quelli rossi. E che erano stati tradotti nel lavoro comune per scrivere insieme a persone di altre culture politiche la nostra Costituzione.
Era la storia dell’amicizia tra due ravennati, Benigno Zaccagnini, il partigiano Tommaso Moro e Arrigo Boldrini , il mitico Bulow. Ed era anche la storia dell’amicizia tra mio padre, giovane partigiano, e i suoi avversari politici.
Infine c’è un merito che la storia di questo paese deve ancora riconoscere a Zaccagnini: il ruolo insostituibile che ebbe nella lotta al terrorismo e alle Brigate rosse. Non soltanto per la scelta della linea della fermezza, pagata con una sofferenza atroce, nei giorni del rapimento e del martirio di Moro.
Quella sofferenza che io ricordo bene nei suoi racconti privati, ancora trafitti dal dolore quasi dieci anni dopo, quando nel salotto della sua casa di Ravenna, durante le vacanze di Natale, a me, a Renzo Lusetti, a Gianclaudio Bressa e ad altri figli suoi, raccontava di quei giorni, mostrando nella voce e nelle pieghe del volto quelle ferite ancora aperte.
Ma il merito storico che gli va riconosciuto sta soprattutto nel fatto che soltanto la sua Democrazia cristiana fu in grado di reggere l’impatto drammatico di quei giorni senza essere spazzata via dagli eventi, perché era tornata a essere credibile e popolare nel paese con la sua segreteria e per la sua credibilità personale. Non sarebbe stato così, la Dc non avrebbe avuto la sua forza, se nel luglio del 1975, meno di tre anni prima del rapimento di Moro, il partito non avesse cambiato sostanza e immagine grazie alla sua elezione, ricostruendo il suo rapporto con la società e i ceti popolari.
Oggi, anche per questo, dovrebbe essere ricordato dalla repubblica Italiana come uno dei suoi più autorevoli e determinanti servitori.
Noi lo ricorderemo anche per la sua diversità, per la sua profonda semplicità, per la sua capacità di guardare lontano.
L’11 luglio del 1963, intervenendo alla camera, si rivolse a Togliatti con parole profetiche: «Vi è una barriera che per noi tutte le simboleggia: il muro di Berlino, un muro che per la prima volta nella storia serve non per impedire che altri dall’esterno penetri, ma per impedire che chi soffre dentro la città di Berlino est possa uscire ed evaderne. Noi sappiamo che anche questo muro verrà abbattuto; e non verrà abbattuto dai carri armati, ma dal cammino travolgente delle idee di libertà, di giustizia e di pace che ovunque avanzano nel mondo».
Ci asciugammo le lacrime e ci telefonammo di nuovo in tanti la notte del 9 novembre 1989, mentre guardavamo in televisione i giovani di Berlino che abbattevano con la loro gioia incontenibile il muro della paura e della divisione. Zac se n’era andato appena quattro giorni prima.
Soltanto quattro giorni in più – ci dicemmo quella sera – gli sarebbero bastati per vedere quella notte che lui aveva sognato quasi trent’anni prima.
E avrebbe avuto il diritto di vederla e di viverla, quella notte meravigliosa.
Ma fu quello l’ultimo prezioso regalo di Benigno Zaccagnini ai suoi ragazzi: dimostrare che si può credere ai sogni, dimostrare che avere una fede e viverla come un servizio, può servire davvero per cambiare il mondo.
(intervento di Dario Franceschini alla commemorazione alla Camera nel ventennale della morte di Zaccagnini)
A migliaia ci sentimmo d’improvviso come orfani di un padre a cui volevamo un bene intenso. Perché era qualcosa di più, e di più intimo, di un rapporto tra discepoli e maestro. Qualcosa di più, e di più profondo, del rapporto tra un leader e le migliaia di giovani che lui aveva avvicinato alla politica, che avevano iniziato a fare politica grazie a lui.
Ci sentivamo veramente una generazione, i ragazzi di Zac, arrivati a scegliere la Democrazia cristiana quando, dopo le dure sconfitte al referendum sul divorzio e alle amministrative del 1975, il partito aveva imboccato in quel modo imprevisto la strada del rinnovamento, sotto la guida di quest’uomo così diverso dall’immagine grigia e ripiegata sulla sola gestione del potere che la Dc in quegli anni aveva trasmesso al paese.
Qualcuno, anche allora, e ancora negli anni successivi, ironizzò sulla parabola di quell’uomo mite che era improvvisamente approdato sotto la luce dei riflettori. Lo chiamavano l’onesto Zac, dove l’aggettivo “onesto” doveva rappresentare nello stesso tempo un riconoscimento e un limite. Fu proprio quell’aggettivo che a noi ragazzi sembrò una straordinaria dote, così rara in quella stagione: la credibilità personale.
Benigno Zaccagnini era effettivamente un politico diverso dagli altri.
Perché per lui l’impegno era qualcosa che scaturiva come conseguenza inevitabile della sua fede.
In politica non per la fede ma a causa della fede. Non si stancava mai di ripetere ai giovani quella spiegazione.
E in questa motivazione, così impegnativa, c’era il senso di un dovere che non si può ignorare. Quel dovere di mettersi sempre al servizio del prossimo.
Per lui era stato sempre così, e noi lo sapevamo e lo vedevamo.
Sapevamo e conoscevamo questa sua storia avventurosa e complicata, che lo aveva portato a cambiare la sua vita e a dire di sì a domande scomode. Come quando aderì alla Resistenza. O come quando, finita la guerra, dovette cambiare i suoi progetti di vita, di medico, per rispondere alla chiamata della politica.
La politica come carità. La politica come amore del prossimo.
La politica come il campo dove testimoniare la “differenza cristiana”. Fu questa radicale distanza dal modello del politico tradizionale che ci affascinò e ci conquistò. Perché in Zac vedevamo un uomo che usava il potere e non ne era usato.
Lo scrisse bene Walter Tobagi nel febbraio del 1980, tre mesi prima di essere ammazzato dalle Brigate rosse: «Il primo miracolo di Zaccagnini è stato di restituire fiducia ad un partito che pareva destinato al naufragio: l’onesto Zaccagnini, il segretario dalla faccia pulita, il simbolo dell’antipotere che entusiasma le folle, parla ai giovani, risveglia l’anima popolare del partito, reinventa le feste all’insegna dell’amicizia e del confronto-concorrenza con i comunisti ».
Non c’è dubbio che la segreteria di Zac fu una straordinaria intuizione di Aldo Moro e della sua intelligenza politica.
Ma ciò che salvò la Dc fu qualcosa di più e forse di imprevisto: fu la credibilità personale, di uomo capace di ricostruire attorno al partito speranza e fiducia.
Avvenne tutto in pochi mesi.
Zaccagnini cominciò commemorando don Mazzolari, riscoprì il messaggio più autentico dell’ispirazione cristiana, di quel prete di campagna che parlava di “rivoluzione cristiana”.
Poi parlò, come Berlinguer, di una questione morale. E i giovani, tra lo stupore dei notabili che non capivano come quel dirigente ritenuto provvisorio e fragile potesse suscitare entusiasmi mai visti, lo seguirono, lo sostennero, contagiarono gran parte del partito sino a spezzare equilibri e incrostazioni interne.
Eravamo in centomila ragazzi, arrivati chissà da dove, spontaneamente e senza nessuna organizzazione, nella piazza di Palmanova, alla chiusura della prima festa dell’Amicizia nazionale, a sventolare bandiere che non sventolavano più da decenni ascoltando Zaccagnini che, a conclusione di quel discorso, ci diceva: «Il fiore è di nuovo bianco».
C’era, in quelle parole, il senso del nostro orgoglio. Della nostra appartenenza a una grande storia, che veniva da lontano, e che era stata in qualche modo piegata e avvilita.
«È proprio l’ identità democratica e cristiana del nostro partito – diceva Zaccagnini nella replica che concluse il congresso del ’76 – che non ci consente di essere il polo moderato dello schieramento politico italiano, il partito conservatore sottoposto alla volontà dei suoi protettori borghesi, e nemmeno il comitato d’affari del capitalismo italiano, oppure un’organizzazione di pura e semplice occupazione del potere». Sono parole che suonano ancora oggi come scandalose e audaci. E noi, giovani, democratici e cristiani, ci sentivamo rappresentati da un uomo che parlava così. Con un linguaggio che a distanza di tanti anni ha conservato una forza dirompente.
Ci stava stretto un partito moderato. Non ci piaceva un partito condannato a governare e votato solo per il suo essere baluardo anticomunista. Magari turandosi il naso. Ci sentivamo avversari dei comunisti, certo. Ma volevamo con loro una gara virtuosa tra chi aveva le idee più innovative, tra chi si impegnava di più per i propri ideali. Anche questo ci aveva spiegato Zac, con quella frase che per noi è famosa: «Sul piano politico il no al comunismo significa che se essi studiano, noi dobbiamo studiare di più; che se essi lavorano, noi dobbiamo lavorare di più; che se essi sono seri, noi dobbiamo essere più seri; che se essi hanno fede, noi dobbiamo avere più fede e certezza nelle nostre idee di quanta ne abbiano loro».
Nel Pci, in quella grande forza popolare, vedevamo profonde diversità ma anche valori comuni. Quei valori e quegli ideali che avevano tenuto insieme, nella Resistenza, i partigiani bianchi e quelli rossi. E che erano stati tradotti nel lavoro comune per scrivere insieme a persone di altre culture politiche la nostra Costituzione.
Era la storia dell’amicizia tra due ravennati, Benigno Zaccagnini, il partigiano Tommaso Moro e Arrigo Boldrini , il mitico Bulow. Ed era anche la storia dell’amicizia tra mio padre, giovane partigiano, e i suoi avversari politici.
Infine c’è un merito che la storia di questo paese deve ancora riconoscere a Zaccagnini: il ruolo insostituibile che ebbe nella lotta al terrorismo e alle Brigate rosse. Non soltanto per la scelta della linea della fermezza, pagata con una sofferenza atroce, nei giorni del rapimento e del martirio di Moro.
Quella sofferenza che io ricordo bene nei suoi racconti privati, ancora trafitti dal dolore quasi dieci anni dopo, quando nel salotto della sua casa di Ravenna, durante le vacanze di Natale, a me, a Renzo Lusetti, a Gianclaudio Bressa e ad altri figli suoi, raccontava di quei giorni, mostrando nella voce e nelle pieghe del volto quelle ferite ancora aperte.
Ma il merito storico che gli va riconosciuto sta soprattutto nel fatto che soltanto la sua Democrazia cristiana fu in grado di reggere l’impatto drammatico di quei giorni senza essere spazzata via dagli eventi, perché era tornata a essere credibile e popolare nel paese con la sua segreteria e per la sua credibilità personale. Non sarebbe stato così, la Dc non avrebbe avuto la sua forza, se nel luglio del 1975, meno di tre anni prima del rapimento di Moro, il partito non avesse cambiato sostanza e immagine grazie alla sua elezione, ricostruendo il suo rapporto con la società e i ceti popolari.
Oggi, anche per questo, dovrebbe essere ricordato dalla repubblica Italiana come uno dei suoi più autorevoli e determinanti servitori.
Noi lo ricorderemo anche per la sua diversità, per la sua profonda semplicità, per la sua capacità di guardare lontano.
L’11 luglio del 1963, intervenendo alla camera, si rivolse a Togliatti con parole profetiche: «Vi è una barriera che per noi tutte le simboleggia: il muro di Berlino, un muro che per la prima volta nella storia serve non per impedire che altri dall’esterno penetri, ma per impedire che chi soffre dentro la città di Berlino est possa uscire ed evaderne. Noi sappiamo che anche questo muro verrà abbattuto; e non verrà abbattuto dai carri armati, ma dal cammino travolgente delle idee di libertà, di giustizia e di pace che ovunque avanzano nel mondo».
Ci asciugammo le lacrime e ci telefonammo di nuovo in tanti la notte del 9 novembre 1989, mentre guardavamo in televisione i giovani di Berlino che abbattevano con la loro gioia incontenibile il muro della paura e della divisione. Zac se n’era andato appena quattro giorni prima.
Soltanto quattro giorni in più – ci dicemmo quella sera – gli sarebbero bastati per vedere quella notte che lui aveva sognato quasi trent’anni prima.
E avrebbe avuto il diritto di vederla e di viverla, quella notte meravigliosa.
Ma fu quello l’ultimo prezioso regalo di Benigno Zaccagnini ai suoi ragazzi: dimostrare che si può credere ai sogni, dimostrare che avere una fede e viverla come un servizio, può servire davvero per cambiare il mondo.
(intervento di Dario Franceschini alla commemorazione alla Camera nel ventennale della morte di Zaccagnini)
giovedì 5 novembre 2009
A 20 anni dalla morte
sabato 12 settembre 2009
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