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giovedì 25 novembre 2010

sabato 18 settembre 2010

Roma Capitale metropolitana, non solo una riforma

Il Consiglio dei Ministri ha approvato ieri il primo decreto su Roma Capitale, proseguendo l'iter legislativo dopo l'approvazione della legge 42/2009 sul federalismo fiscale, all'interno della quale l'art. 24 delega al Governo l'attuazione di organi e funzioni di Roma capitale prevista dalla Costituzione. Solo un primo passo, in attesa che venga approvato anche il decreto che attribuirà le funzioni a questo nuovo Ente.
Da amministratore locale, sono preoccupato dal fatto che questo tema, ad oggi, sembra interessare solamente la Polverini, Alemanno e Zingaretti, in qualità di responsabili delle tre principali Istituzioni del Lazio (Regione, Comune di Roma e Provincia) e non i Sindaci e gli amministratori dei nostri paesi. Ad essere in ballo, infatti, non sono solamente dei poteri, ma anche una diversa idea di sviluppo dei nostri territori. Se a prevalere nello scontro politico, infatti, sarà l'idea della destra e di Alemanno, i Comuni al di fuori del raccordo anulare di Roma vedranno sempre più crescere le proprie difficoltà e limitare le proprie risorse.
A tal proposito, ho apprezzato l'iniziativa intrapresa dal presidente della Provincia di Roma, Nicola Zingaretti, che ieri ha voluto chiamare a raccolta in una intensa giornata di studio e lavoro tutti gli amministratori provinciali e comunali del centrosinistra (erano invitati anche europarlamentari, senatori, deputati e consiglieri regionali), per illustrare, ma non solo, la sua idea di sviluppo di Roma e dei Comuni della provincia: Roma deve diventare una Capitale metropolitana (così come lo sono molte delle Capitali europee).
"Capitale metropolitana" non è solamente l'ambizione di una riforma istituzionale, ma un progetto strategico di sviluppo del territorio. Partendo dalle analisi di alcuni dati (e non da chiacchiere, come quelle della destra), Zingaretti ha evidenziato come ad oggi ad una crescita della residenzialità esterna a Roma non ha corrisposto un'eguale crescita dei servizi di qualità (sembra molto avvicinarsi a quanto è successo anche con l'Amministrazione Coletta a Rignano). Si deve passare da una periferizzazione ad una metropolizzazione, portando avanti principalmente quattro priorità: coesione sociale, innovazione, integrazione e sostenibilità dello sviluppo. Questa idea deve diventare l'idea della nostra classe dirigente, che unitariamente deve mettere in campo una nuova idea di sviluppo.
Condividendo l'idea del presidente Zingaretti, aggiungo che questo nuovo progetto non può non guardare ad una interdipendenza dei territori, che non può fermarsi al solo confine romano: se Roma deve e non può che diventare "Capitale metropolitana" (formata dalla città di Roma, dagli attuali municipi romani che devono divenire veri e propri Comuni - apro una parentesi, mi sembra folle l'idea della destra di ridurre il numero di municipi: in questo modo si creerebbero degli enti pachidermici, allontanando l'ente dal cittadino - e dai Comuni della provincia), un'integrazione deve esserci anche con le altre provincie laziali che non possono essere abbandonate ai loro destini (innestando, molto probabilmente, la loro "fuga" verso altre regioni) in una riforma organica anche della Regione Lazio (che deve essere, a mio parere, proprio perchè in essa ricade Roma Capitale, una Regione a statuto speciale).
Se Alemanno e la destra vogliono accentrare enormi poteri a Roma, con l'idea di risolvere poi le proprie problematiche (vedi discorso nomadi, prostituzione, rifiuti) spostandole nella periferia, o meglio nei comuni della provincia, gli amministratori locali e i cittadini non possono che ribellarsi a tale idea.
Ecco perché ritengo fondamentale che i cittadini, ma soprattutto chi si candida ad amministrarli, non possono non tenere sotto osservazione questi cambiamenti che ci stanno passando molto velocemente e distrattamente sopra la testa, perché ne va del nostro futuro.
L'ho detto e scritto anche qualche tempo fa, ma lo ripeto. C'è la necessità di promuovere la Città metropolitana di Roma (che valorizza non tanto il “grande centro” quanto i comuni circostanti ed i municipi interni al capoluogo, analogamente a quanto accaduto in altre grandi città europee quali Londra, Parigi, Barcellona, Amsterdam, Berlino), all’interno però di una visione regionale di sviluppo integrato, capace di far fronte anche alla scarsità di risorse economiche e non solo: occorre costruire una rete strategica, economica e sociale tra i maggiori attori coinvolti che non può prescindere dall’azione di programmazione e coordinamento della Regione, ridisegnando funzioni e compiti degli enti locali in maniera definita, evitando una eccessiva genericità delle attribuzioni e tale da non creare sovrapposizioni.
Questa è la mia idea di sviluppo e mi candido a portarla avanti insieme a quelli che la pensano in questo modo, convinto che i nostri territori possano avere uno sviluppo sostenibile diverso da quello attuale. Non si può pensare solo ad "amministrare", bisogna "governare" dei processi: questo è, secondo me, ciò che differenzia la qualità di un bravo amministratore.

martedì 7 settembre 2010

Realacci ricorda il Sindaco-pescatore

Ancora una bellissima riflessione e un affettuoso ricordo del sindaco di Pollica, Angelo Vassallo, brutalmente assassinato. Ermete Realacci, deputato PD, scrive oggi su Europa: "con la sua serena determinazione aveva fatto capire che la tutela dell'ambiente e del territorio, non sono un freno, ma le precondizioni per lo sviluppo economico e il futuro del nostro paese". Niente di più vero e una fra le priorità che ogni buon amministratore, come Angelo Vassallo è stato, dovrebbe avere nel proprio operato.

Qui il ricordo di Realacci su Angelo Vassallo.

giovedì 19 agosto 2010

Ricordando, ma non solo, De Gasperi

Nel giorno del 56° anniversario della morte di Alcide De Gasperi, condivido con voi un pensiero di Castagnetti, pubblicato oggi su Europa.


giovedì 29 luglio 2010

Corte dei Conti, corruzione patema morale

Nell'incontro tra il nuovo presidente della Corte dei Conti, Giampaolino, e i giornalisti, il numero 1 della magistratura contabile ha presentato il proprio pensiero sulla corruzione: "Questo è un momento difficile, la corruzione rappresenta un patema morale. Ciò che più preoccupa è che si sia perso il senso sacrale del publico denaro". "Sono venuti meno - ha continuato il presidente - i canoni deontologici, il senso del servizio pubblico come missione, come un dovere etico". Come non concordare con quanto detto da Giampaolino, anche a proposito dei controlli che la Corte dei Conti dovrebbe fare nei confronti della Pubblica amministrazione, "casualmente e senza preavviso".

sabato 15 maggio 2010

"Dalla parte dei genitori", un libro di Daniele Novara

Mercoledì scorso, presso l'Auditorium della Scuola media "Olga Rovere" di Rignano, è stato presentato il libro di Daniele Novara, "Dalla parte dei genitori - Strumenti per vivere bene il proprio ruolo educativo", alla presenza dell'autore, della preside di Rignano - prof.ssa Manara, dell'assessore ai Servizi sociali della Provincia di Roma - Claudio Cecchini e di alcuni amministratori locali.
L'incontro è stato davvero interessante, peccato non sia stato pubblicizzato adeguatamente e le presenze quindi ne abbiano risentito. Hanno partecipato, infatti, solamente una trentina di persone, per lo più insegnanti, e pochi genitori. Invece poteva essere davvero un importante appuntamento per la nostra comunità di Rignano, ma non solo.
"La lunga esperienza di consulente pedagogico ha fatto sì che Daniele Novara potesse concepire un libro interessantissimo e di grande utilità per il mondo dell'educazione. Con taglio deciso e linguaggio comprensibile ai più, Daniele Novara aiuta il genitore ad entrare in un'analisi interessante riguardante i grandi temi dell'educazione quali le malattie dell'educazione, la trasformazione del ruolo genitoriale, il ruolo paterno, le nuove sfide date dalla conflittualità. Il libro, oltre all'analisi, contiene parecchie piste operative, per aiutare a riflettere sulle buone pratiche in educazione. Un libro positivo, che tiene conto del desiderio di mettersi in gioco da parte della nuova generazione di genitori, che sostiene le buone relazioni e fornisce strumenti utili nella quotidianità. Non un trattato dove si colpevolizzano modalità ed errori, ma una serie di prassi che aiutano a vivere bene il proprio ruolo" (presentazione tratta dal sito del Centro psicopedagogico per la pace e la gestione dei conflitti di Piacenza, diretto proprio da Daniele Novara).
Dell'appassionante relazione introduttiva fatta dal prof. Novara e di quanto detto nel dibattito seguente, vorrei sottolineare alcuni aspetti e fare a voce alta alcune riflessioni.
Condivido il fatto che troppo spesso le scelte dei genitori nell'educazione dei propri figli non coincidono con i reali bisogni dei bambini. Ed è altrettanto vero che i bambini non possono tirarsi su da soli, devono essere accompagnati dai propri genitori, in un sano equilibrio tra ruolo materno e ruolo paterno. Sarebbe necessario, anzi, che tutta la società senta e si riassuma la responsabilità di una funzione educativa e pedagogica. Soprattutto questa funzione la dovrebbero sentire anche le Istituzioni, comprese le Amministrazioni locali, che dovrebbero investire sull'educazione e sulla Scuola, più che su qualsiasi altra "opera pubblica".
Su questo argomento sento che si deve e si può fare di più, e continuerò quindi a sollecitare l'attuale Amministrazione di Rignano, della quale i cittadini mi hanno onorato di far parte, seppur con un ruolo di opposizione, per intraprendere qualsiasi iniziativa utile in questa direzione ed aiutare l'Istituzione scolastica nella promozione di progetti rivolti ai bambini. Solo nella condivisione tra tutte le varie parti sociali, la società può crescere.
Mi riallaccio, qui, per concludere questa riflessione, con un breve cenno, a quanto detto in proposito del "caso Rignano": c'è la necessità che tutte le parti in causa, genitori, insegnanti, bambini, Istituzioni, accrescano il proprio dialogo e venga favorita una maggiore "comunicazione", solo così si potrà tentare di far diventare un'esperienza negativa (comunque vada l'iter giudiziario e sul quale non voglio assolutamente esprimermi) una risorsa (e chi, se non l'Amministrazione comunale, deve essere la principale guida per promuovere questa "riconciliazione" sociale e cittadina), in fondo è ciò che ha detto anche il prof. Novara quando ha indicato nel "benessere dei bambini" (nel caso specifico) ma, più in generale, nella ricerca dell'interesse comune ciò che si dovrebbe comunque ricercare nella "gestione del conflitto".

domenica 9 maggio 2010

In ricordo di Aldo e Peppino

A 32 anni di distanza, quella del 9 maggio ’78, resta ancora la notte più buia che lo Stato Italiano abbia mai vissuto. Il terrorismo e la mafia avevano sferrato il loro colpo più forte. Il corpo di Aldo Moro, Presidente della DC, dopo 55 giorni di prigionia in mano alle Brigate Rosse, veniva ritrovato nel cofano bagagli di una Renault 4 a Roma, in via Caetani. Di Aldo Moro resta, come lo definì il papa Paolo VI, il ricordo di un “uomo mite e buono”, il cui pensiero politico è ora più che mai attuale e utile all’Italia democratica e repubblicana.
Nella stessa notte, Peppino Impastato, un giovane attivista politico che ha passato la sua vita ad urlare alla radio per denunciare i delitti e gli affari dei mafiosi, veniva assassinato.
Una sola data, un solo giorno per ricordare due grandi uomini, simbolo di integrità morale e portatori di sani e nobili principi nella politica del nostro Paese.
E di cui ce ne sarebbe tanto bisogno, oggi, in Italia come a Rignano.
Sotto riporto, in ricordo, uno scritto di Aldo Moro...

Non si tratta solo di essere più efficienti, ma anche più profondamente capaci di comprensione, più veramente partecipi, più impegnati a far cogliere in noi non solo un’azione più pronta, ma un impegno di tutta la vita, un’anima nuova che sia all’unisono con l’anima del mondo che cambia, per essere migliore e più giusto. Il nostro dovere è oggi dunque estremamente complesso e difficile. Perché siamo davvero ad una svolta della storia e sappiamo che le cose sono irreversibilmente cambiate, non saranno ormai più le stesse. Vuol dire questo che stiamo per essere travolti dagli avvenimenti? Vuol dire questo che non vi siano binari da apprestare, leggi giuste da offrire alla società italiana, istituzioni capaci di garantire il moto della storia, incanalandolo perché non approdi all’anarchia, alla dispersione, alla delusione? Certamente no. Noi dobbiamo governare e cioè scegliere, graduare, garantire, ordinare, commisurare l’azione ai rischi che sono tuttora nella vita interna ed internazionale, ma sapendo che il mondo cambia per collocarsi ad un più alto livello. Certo noi opereremo nei dati reali della situazione, difendendo, contro il disordine, la libertà, l’ordine e la pace. Ma dovremo farlo, e questo è il fatto nuovo e difficile della nostra condizione, con l’animo di chi, consapevole delle strette politiche e delle ragioni del realismo e della prudenza, crede profondamente che una nuova umanità è in cammino, accetta questa prospettiva, la vuole intensamente, è proteso a rendere possibile ed accelerare un nuovo ordine nel mondo.

Discorso al Consiglio nazionale della Democrazia Cristiana, 21 novembre 1968

venerdì 7 maggio 2010

Resoconto Consiglio Comunale sul Bilancio 2010

Si è tenuto ieri, 6 maggio, il Consiglio comunale con all'odg l'approvazione del Bilancio previsionale 2010, quello pluriennale 2010/12 e la relativa relazione previsionale e programmatica. Discussi velocemente i primi punti all'odg, che riguardavano principalmente l'approvazione dei verbali delle sedute precedenti, il Regolamento di economato, un Piano di Utilizzazione Aziendale in loc. Valle Castagna dei sig.ri Fabi Dina e Romaniello Gino (approvato all'unanimità) e vari documenti-allegati al Bilancio (la verifica aree e fabbricati per residenza, attività produttive e terziarie - determinazione prezzo di cessione per l'anno 2010; l'elenco beni immobili da inserire nel piano delle alienazioni e valorizzazioni immobiliari), si è passati all'analisi degli altri due ultimi punti all'odg, quelli più importanti, ossia l'approvazione dell'elenco annuale e pluriennale delle opere pubbliche e, come già detto, del Bilancio previsionale 2010.
Per quanto riguarda le opere pubbliche, l'assessore Conte (ma perchè lui, se la delega ai Lavori pubblici l'ha il Sindaco? io la mia idea ce l'ho, ma lascio a voi la libertà di farvi anche la vostra...) ha illustrato l'elenco proposto dalla Maggioranza, insieme al Responsabile d'Area competente in materia, che prevede, in particolar modo, l'ampliamento del cimitero comunale per un importo di 1.920.000 euro (nella stessa seduta di ieri ci è stato comunicato, sempre dall'assessore Conte, che l'idea iniziale di affidarne i lavori e la gestione in "project financing" è stata rivalutata e si sta pensando di affidarli invece alla società a capitale misto pubblico-privato, l'A.S.I. s.r.l., partecipata al 51% dal Comune); i lavori di manutenzione per le strade del comprensorio di Monte Larco - 332.000 euro circa (per i quali sono stati venduti ben due lotti di proprietà comunale); lavori di manutenzione ai vari plessi scolastici per un importo che si aggira sui 2.300.000 euro (grazie alla concessione di alcuni finanziamenti regionali); vari interventi di manutenzione alla viabilità comunale - 730.000 euro circa (anch'essi finanziati dalla Regione Lazio o dalla Provincia di Roma); il potenziamento dell'impianto di depurazione in loc. Parte Sotto - 430.000 euro; il completamento del parcheggio multipiano, della piazza e della farmacia comunale per un importo di 650.000 euro; il completamento delle opere di urbanizzazione primaria dell'area P.I.P. in loc. Pietrolo - altri 500.000 euro; la realizzazione del Centro di aggregazione giovanile - 200.000 euro (previsto nella piazza del parcheggio multipiano e finanziato grazie al contributo concesso dalla Regione Lazio - giunta di centrosinistra - con l'iniziativa del Bilancio partecipato); il completamento dell'edificio comunale a Monte Larco - 250.000 euro; la costruzione della nuova caserma dei Carabinieri - circa 1 milione di euro; la realizzazione di nuove strade e arterie di collegamento e la sistemazione di alcuni svincoli - 2 miloni circa di euro (aree interessate: Vallerano, Fosso degli Orti, Vallerano-Vallelunga); interventi all'illuminazione pubblica - circa 1 milione di euro; la ristrutturazione del Crossdromo di Vallelunga per circa 900.000 euro (solo se verrà finanziata dalla Regione Lazio o altri Enti); la realizzazione di tre piste ciclabili per circa 420.000 euro (presso i giardini pubblici, in zona S. Abbondio e Vallelunga-lago pesca sportiva); vari interventi alla rete idrica e all'acquedotto per un importo di circa 2 milioni di euro; la costruzione di una nuova Scuola Materna (spesa prevista circa 2 milioni di euro). Queste le principali opere previste dall'attuale Amministrazione. A questo riguardo, non condividendo comunque molte delle scelte fatte, soprattutto perché non ci è stato mai permesso, su argomenti importanti come questo, che riguardano tutta la cittadinanza e che dovrebbero comunque derivare da un sano confronto democratico anche con l'Opposizione, di poter fare anche alcune nostre proposte, ma soprattutto perché l'elenco appare una mera elencazione senza dietro un vero studio di fattibilità e una seria programmazione delle priorità reali, il mio voto (insieme a quello dei consiglieri Giordani e Mancini) è stato contrario, avanzando la proposta di prevedere anche la realizzazione, ad esempio, di impianti fotovoltaici (su questo argomento, proprio qualche giorno fa, ho chiesto alla Giunta comunale di aderire ad un bando di finanziamento del Ministero dell'Ambiente per il fotovoltaico sulle scuole) e reinserire nel piano la realizzazione dell'isola ecologica, opera necessaria e obbligatoria, tra l'altro, per la raccolta differenziata dei rifiuti.
Si è passati, quindi, all'esame della proposta di Bilancio previsionale 2010 e qui, con la solita arroganza, la Maggioranza l'ha approvato con i suoi soli voti (11, perchè il consigliere Scisci era assente), contro i 5 voti dell'Opposizione (Marcorelli, Giordani, Mancini, Di Lorenzi e Lupi), alla quale non è stato concesso neanche di potersi confrontare in una vera discussione, sul documento, forse, o meglio, di sicuro più importante che un Consiglio comunale approva nel corso dell'anno (sotto si può leggere il testo integrale della mia dichiarazione di voto). Non solo. La Maggioranza ha bocciato addirittura tutti gli emendamenti e le proposte avanzate da me (in rappresentanza anche del PD) e dal gruppo consiliare dell'UDC (ben 105 tra emendamenti e ordini del giorno!). Queste nostre proposte prevedevano, in particolar modo: la riduzione delle indennità degli amministratori; la riduzione (peraltro prevista per legge dal prossimo anno) del numero degli assessori; maggiore collegialità nelle scelte di bilancio, anche con i cittadini (bilancio partecipato); maggiori contributi per le politiche culturali (soprattutto per quanto riguarda il teatro e la biblioteca) e le associazioni (sicuramente adottando criteri più trasparenti e meritori); la riduzione del valore di mercato ai fini ICI delle aree fabbricabili; l'istituzione di fondi per il sostegno alle famiglie disagiate, alle mamme, ai lavoratori che hanno perso il lavoro durante lo scorso anno a seguito della grave crisi economica, alle imprese locali; l'aumento delle risorse dedicate ai giovani e alle loro forme di socializzazione, sostenendo iniziative quali il sostegno alla creatività e alle produzioni culturali giovanili anche attraverso l’individuazione di spazi ed eventi specifici, l'accesso agevolato e selettivo all’acquisto di beni/servizi con l’obiettivo di consolidare e sviluppare l’esperienza della “Carta giovani”, l'istituzione di borse di studio per giovani studenti, prevedendo anche forme di stage all’interno delle stesse strutture amministrative cittadine per neolaureati, la valorizzazione di esperienze formative quali quelle degli scambi internazionali, incentivi per l’autoimpresa e per la mobilità nazionale ed internazionale finalizzati all’orientamento e all’informazione dei giovani, forme di volontariato e servizio civile, la creazione di spazi e strumenti che sappiano valorizzare i nuovi linguaggi giovanili; sostegni economici all'attivita oratoriale della Parrocchia e iniziative in favore dell'integrazione sociale, soprattutto con i tanti cittadini di origine romena che ormai abitano nel nostro paese e con i quali dovremmo accrescere i valori di convivenza civile; la promozione di iniziative quali quelle dei gruppi di acquisto solidale o dei farmers' market; azioni volte alla tutela ambientale e alla sostenibilità, adottando filosofie quali quella "urbangreen" o prevedendo l'installazione di alcuni impianti alla spina (latte, acqua) come già fatto in alcuni Comuni limitrofi; la valorizzazione del patrimonio storico (soprattutto per quanto riguarda i resti dell'antica via Flaminia). Insomma, tante proposte in favore dei cittadini, che la Maggioranza ha negato, pensando soprattutto a superare il voto di approvazione (si vocifera ci siano molte incomprensioni e malumori all'interno dei consiglieri di Maggioranza) di un bilancio che, ricordiamo, è gravato ancora dalle due deliberazioni della Corte dei Conti che ha rilevato gravi irregolarità sui Rendiconti 2006 e 2007.
Pensate all'assurdo: l'assessore allo Sport che boccia maggiori stanziamenti in favore della pratica sportiva, l'assessore alla Protezione civile che fa altrettanto per il suo argomento, così come quello alla Cultura o ai rapporti con le Istituzioni religiose. Non è un'assurdità?
Se si pensa poi che nei dati e nei documenti contabili esposti ci sono una serie di illegittimità (non sono stati allegati, cosa prevista per legge, i documenti delle società partecipate; la relazione del Revisore dei conti è lacunosa e incompleta; non è stato indicato il limite massimo di spesa per gli incarichi di collaborazione e la spesa del personale aumenta, anzichè diminuire, come previsto per legge), non ci resta che sperare veramente che questa Maggioranza (formata da amministratori, a cominciare dal Sindaco, totalmente inadeguati, per non usare altre parole) duri il meno possibile!

venerdì 30 aprile 2010

Discontinuità... che significa?



Voglio condividere con i miei lettori (magari con l'intento anche di stimolare una riflessione comune) uno scambio di commenti al quale ho partecipato stamane su Facebook. Giovanni Carapella, commentando la direzione regionale del Pd Lazio che si è tenuta ieri, ha aggiornato il suo "stato" meravigliandosi del voto a favore dato dallo stesso segretario Mazzoli su un odg che chiedeva "discontinuità" all'azione del Pd... alla mia domanda su cosa significasse "discontinuità", Carapella mi ha risposto "che serve un altro gruppo dirigente"... ma Carapella è andato anche oltre: "si comincia dal segretario"... bene, caro Giovanni, concordo con te... ma perchè questo deve valere solo a livello regionale? non vale anche sui territori? Io la mia l'ho detta, apertamente e con sincerità... ora aspetto le vostre riflessioni.

martedì 30 marzo 2010

Una pesante sconfitta

Renata Polverini, nonostante tutto, ha vinto le elezioni regionali. Il Pd esce dalla competizione con le ossa rotte (ma come si poteva pensare diversamente dopo la candidatura della Bonino?). Nel Lazio, come a Rignano. Oggi mi sarei aspettato dimissioni in massa nei vari gruppi dirigenti regionali e locali, invece si continua a far finta di nulla. Quello che si semina, si raccoglie... è tempo veramente di riflettere sul futuro. La delusione è tanta, ringrazio comunque quanti, votando Pd e dando la preferenza a Piero Ambrosi, mi hanno dimostrato ancora una volta fiducia... solo insieme potremo ripartire!

domenica 15 novembre 2009

Napolitano: "Conta la moralità"

NAPOLI - Giorgio Napolitano dice che per partecipare costruttivamente alla vita pubblica ci vogliono abnegazione e voglia di svolgere una missione nell'interesse generale, e capacità che non si improvvisano, perché "la politica non può vivere di dilettantismo", ma "quel che più conta è la moralità" della politica. Non importa, spiega il presidente della Repubblica, da dove uno arriva all'impegno politico e neppure in quale schieramento va. "Ci si schieri liberamente a destra o a sinistra, in politica le cose che contano sono la nobiltà, il senso del limite, anche del ruolo alto e insostituibile della politica, e la dedizione all'interesse generale". Non sono parole leggere, con i tempi che corrono e le inchieste che coinvolgono personaggi pubblici. Il caloroso applauso che sale dalla Sala dei Baroni del Maschio Angioino, gremita di pubblico e ospiti illustri, dice che sono parole largamente condivise. Napolitano partecipa alla commemorazione pubblica di Maurizio Valenzi, storico sindaco di Napoli scomparso pochi mesi fa e di cui si celebra oggi il centenario dalla nascita. C'é il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Gianni Letta, c'é il vicepresidente del Csm Nicola Mancino, ci sono gli amministratori locali e regionali di Napoli. Letta ascolta e subito dopo dichiara il suo consenso. "Condivido e sottoscrivo totalmente le parole del presidente. Credo che il suo richiamo - dice - sarà accolto perché è nell'interesse del Paese". Il capo dello stato ricorda, con commozione che Valenzi fu dirigente del Pci, amico suo e della sua famiglia. "Era una gran persona, non solo come sindaco, era un esempio di nobiltà della politica", ed era stimato anche dagli avversari politici. "Era difficile non volergli bene, per come era fatto e per la sua naturale tendenza a vivere la politica con passione, ma senza odio e fanatismo. Era arrivato alla politica dall'impegno culturale e artistico". Da giovane era un pittore di talento, poi era diventato ciò che si definisce un politico di professione, apparteneva cioé, dice il presidente della Repubblica, "ad una specie forse in via di estinzione che bisogna tuttavia difendere storicamente da giudizi sommari e grossolani. Fare della politica una 'scelta di vita', per usare la famosa espressione di Giorgio Amendola, dedicarsi interamente all'esercizio dell'attività politica è stato il modo in cui molti hanno contribuito alla costruzione della democrazia, allo sviluppo della vita democratica nelle società dell'occidente europeo. Poi, certo, - aggiunge Napolitano - la vicenda dei politici di professione, nell'Italia della Costituzione repubblicana e altrove, ha fatto tutt'uno con la vicenda dei partiti, con la loro ascesa e anche con le involuzioni e le degenerazioni del sistema dei partiti, con il burocratizzarsi del fare politica e l'immeschinirsi della figura dei politici di professione diventati talvolta semplici soggetti e agenti di calcoli e giochi di potere. Ma tutto ciò non può cancellare i tratti positivi originali di quell'esperienza". "Dedicarsi interamente alla politica ha significato per un periodo non breve della nostra storia - sottolinea Napolitano - avere un forte senso della missione, spirito di servizio e sacrificio prima e al di là di ogni legittima ambizione personale". "Non sono qui per idoleggiare nostalgicamente il tempo che fu, il sistema dei partiti di una volta e la figura un tempo prevalente dei politici di professione", precisa Napolitano. E' evidente quel che vuol dire: che certi requisiti sono importanti anche oggi. "Alla politica e anche alla competizione a cui si partecipa per assumere ruoli nelle istituzioni - afferma - si può giungere in modi diversi: dalla società civile, dal mondo del lavoro o delle imprese o dalla cultura. In ogni caso bisogna sapere che la politica richiede qualità specifiche, richiede che si abbiamo o si acquisiscano queste qualità perché la politica non può vivere di dilettantismi. Si potrebbe dire, con una frase di Benedetto Croce, che la politica è un'arte a sé stante". (fonte: ANSA)

lunedì 9 novembre 2009

20 anni dalla caduta del Muro


Sono oggi 20 anni dalla caduta di quel Muro... e vorrei ricordare quella data con le parole che molti anni prima pronunciò Benigno Zaccagnini, in un discorso alla Camera, nel luglio del 1963: «Vi è una barriera che per noi tutte le simboleggia: il muro di Berlino, un muro che per la prima volta nella storia serve non per impedire che altri dall’esterno penetri, ma per impedire che chi soffre dentro la città di Berlino est possa uscire ed evaderne. Noi sappiamo che anche questo muro verrà abbattuto; e non verrà abbattuto dai carri armati, ma dal cammino travolgente delle idee di libertà, di giustizia e di pace che ovunque avanzano nel mondo» (Benigno Zaccagnini, 11 luglio 1963).

venerdì 6 novembre 2009

Così Zac ci insegnò a credere che i muri sarebbero caduti

Quando arrivò la notizia che Zaccagnini non era più tra noi, quella sera di vent’anni fa, in poche ore in tanti cominciammo a telefonarci. Improvvisamente ricostruimmo una rete di contatti, di rapporti che in molti casi si erano allentati o interrotti nel tempo.
Ci telefonammo in ogni città d’Italia per parlarci di quel dolore che sentivamo dentro.
A migliaia ci sentimmo d’improvviso come orfani di un padre a cui volevamo un bene intenso. Perché era qualcosa di più, e di più intimo, di un rapporto tra discepoli e maestro. Qualcosa di più, e di più profondo, del rapporto tra un leader e le migliaia di giovani che lui aveva avvicinato alla politica, che avevano iniziato a fare politica grazie a lui.
Ci sentivamo veramente una generazione, i ragazzi di Zac, arrivati a scegliere la Democrazia cristiana quando, dopo le dure sconfitte al referendum sul divorzio e alle amministrative del 1975, il partito aveva imboccato in quel modo imprevisto la strada del rinnovamento, sotto la guida di quest’uomo così diverso dall’immagine grigia e ripiegata sulla sola gestione del potere che la Dc in quegli anni aveva trasmesso al paese.
Qualcuno, anche allora, e ancora negli anni successivi, ironizzò sulla parabola di quell’uomo mite che era improvvisamente approdato sotto la luce dei riflettori. Lo chiamavano l’onesto Zac, dove l’aggettivo “onesto” doveva rappresentare nello stesso tempo un riconoscimento e un limite. Fu proprio quell’aggettivo che a noi ragazzi sembrò una straordinaria dote, così rara in quella stagione: la credibilità personale.
Benigno Zaccagnini era effettivamente un politico diverso dagli altri.
Perché per lui l’impegno era qualcosa che scaturiva come conseguenza inevitabile della sua fede.
In politica non per la fede ma a causa della fede. Non si stancava mai di ripetere ai giovani quella spiegazione.
E in questa motivazione, così impegnativa, c’era il senso di un dovere che non si può ignorare. Quel dovere di mettersi sempre al servizio del prossimo.
Per lui era stato sempre così, e noi lo sapevamo e lo vedevamo.
Sapevamo e conoscevamo questa sua storia avventurosa e complicata, che lo aveva portato a cambiare la sua vita e a dire di sì a domande scomode. Come quando aderì alla Resistenza. O come quando, finita la guerra, dovette cambiare i suoi progetti di vita, di medico, per rispondere alla chiamata della politica.
La politica come carità. La politica come amore del prossimo.
La politica come il campo dove testimoniare la “differenza cristiana”. Fu questa radicale distanza dal modello del politico tradizionale che ci affascinò e ci conquistò. Perché in Zac vedevamo un uomo che usava il potere e non ne era usato.
Lo scrisse bene Walter Tobagi nel febbraio del 1980, tre mesi prima di essere ammazzato dalle Brigate rosse: «Il primo miracolo di Zaccagnini è stato di restituire fiducia ad un partito che pareva destinato al naufragio: l’onesto Zaccagnini, il segretario dalla faccia pulita, il simbolo dell’antipotere che entusiasma le folle, parla ai giovani, risveglia l’anima popolare del partito, reinventa le feste all’insegna dell’amicizia e del confronto-concorrenza con i comunisti ».
Non c’è dubbio che la segreteria di Zac fu una straordinaria intuizione di Aldo Moro e della sua intelligenza politica.
Ma ciò che salvò la Dc fu qualcosa di più e forse di imprevisto: fu la credibilità personale, di uomo capace di ricostruire attorno al partito speranza e fiducia.
Avvenne tutto in pochi mesi.
Zaccagnini cominciò commemorando don Mazzolari, riscoprì il messaggio più autentico dell’ispirazione cristiana, di quel prete di campagna che parlava di “rivoluzione cristiana”.
Poi parlò, come Berlinguer, di una questione morale. E i giovani, tra lo stupore dei notabili che non capivano come quel dirigente ritenuto provvisorio e fragile potesse suscitare entusiasmi mai visti, lo seguirono, lo sostennero, contagiarono gran parte del partito sino a spezzare equilibri e incrostazioni interne.
Eravamo in centomila ragazzi, arrivati chissà da dove, spontaneamente e senza nessuna organizzazione, nella piazza di Palmanova, alla chiusura della prima festa dell’Amicizia nazionale, a sventolare bandiere che non sventolavano più da decenni ascoltando Zaccagnini che, a conclusione di quel discorso, ci diceva: «Il fiore è di nuovo bianco».
C’era, in quelle parole, il senso del nostro orgoglio. Della nostra appartenenza a una grande storia, che veniva da lontano, e che era stata in qualche modo piegata e avvilita.
«È proprio l’ identità democratica e cristiana del nostro partito – diceva Zaccagnini nella replica che concluse il congresso del ’76 – che non ci consente di essere il polo moderato dello schieramento politico italiano, il partito conservatore sottoposto alla volontà dei suoi protettori borghesi, e nemmeno il comitato d’affari del capitalismo italiano, oppure un’organizzazione di pura e semplice occupazione del potere». Sono parole che suonano ancora oggi come scandalose e audaci. E noi, giovani, democratici e cristiani, ci sentivamo rappresentati da un uomo che parlava così. Con un linguaggio che a distanza di tanti anni ha conservato una forza dirompente.
Ci stava stretto un partito moderato. Non ci piaceva un partito condannato a governare e votato solo per il suo essere baluardo anticomunista. Magari turandosi il naso. Ci sentivamo avversari dei comunisti, certo. Ma volevamo con loro una gara virtuosa tra chi aveva le idee più innovative, tra chi si impegnava di più per i propri ideali. Anche questo ci aveva spiegato Zac, con quella frase che per noi è famosa: «Sul piano politico il no al comunismo significa che se essi studiano, noi dobbiamo studiare di più; che se essi lavorano, noi dobbiamo lavorare di più; che se essi sono seri, noi dobbiamo essere più seri; che se essi hanno fede, noi dobbiamo avere più fede e certezza nelle nostre idee di quanta ne abbiano loro».
Nel Pci, in quella grande forza popolare, vedevamo profonde diversità ma anche valori comuni. Quei valori e quegli ideali che avevano tenuto insieme, nella Resistenza, i partigiani bianchi e quelli rossi. E che erano stati tradotti nel lavoro comune per scrivere insieme a persone di altre culture politiche la nostra Costituzione.
Era la storia dell’amicizia tra due ravennati, Benigno Zaccagnini, il partigiano Tommaso Moro e Arrigo Boldrini , il mitico Bulow. Ed era anche la storia dell’amicizia tra mio padre, giovane partigiano, e i suoi avversari politici.
Infine c’è un merito che la storia di questo paese deve ancora riconoscere a Zaccagnini: il ruolo insostituibile che ebbe nella lotta al terrorismo e alle Brigate rosse. Non soltanto per la scelta della linea della fermezza, pagata con una sofferenza atroce, nei giorni del rapimento e del martirio di Moro.
Quella sofferenza che io ricordo bene nei suoi racconti privati, ancora trafitti dal dolore quasi dieci anni dopo, quando nel salotto della sua casa di Ravenna, durante le vacanze di Natale, a me, a Renzo Lusetti, a Gianclaudio Bressa e ad altri figli suoi, raccontava di quei giorni, mostrando nella voce e nelle pieghe del volto quelle ferite ancora aperte.
Ma il merito storico che gli va riconosciuto sta soprattutto nel fatto che soltanto la sua Democrazia cristiana fu in grado di reggere l’impatto drammatico di quei giorni senza essere spazzata via dagli eventi, perché era tornata a essere credibile e popolare nel paese con la sua segreteria e per la sua credibilità personale. Non sarebbe stato così, la Dc non avrebbe avuto la sua forza, se nel luglio del 1975, meno di tre anni prima del rapimento di Moro, il partito non avesse cambiato sostanza e immagine grazie alla sua elezione, ricostruendo il suo rapporto con la società e i ceti popolari.
Oggi, anche per questo, dovrebbe essere ricordato dalla repubblica Italiana come uno dei suoi più autorevoli e determinanti servitori.
Noi lo ricorderemo anche per la sua diversità, per la sua profonda semplicità, per la sua capacità di guardare lontano.
L’11 luglio del 1963, intervenendo alla camera, si rivolse a Togliatti con parole profetiche: «Vi è una barriera che per noi tutte le simboleggia: il muro di Berlino, un muro che per la prima volta nella storia serve non per impedire che altri dall’esterno penetri, ma per impedire che chi soffre dentro la città di Berlino est possa uscire ed evaderne. Noi sappiamo che anche questo muro verrà abbattuto; e non verrà abbattuto dai carri armati, ma dal cammino travolgente delle idee di libertà, di giustizia e di pace che ovunque avanzano nel mondo».
Ci asciugammo le lacrime e ci telefonammo di nuovo in tanti la notte del 9 novembre 1989, mentre guardavamo in televisione i giovani di Berlino che abbattevano con la loro gioia incontenibile il muro della paura e della divisione. Zac se n’era andato appena quattro giorni prima.
Soltanto quattro giorni in più – ci dicemmo quella sera – gli sarebbero bastati per vedere quella notte che lui aveva sognato quasi trent’anni prima.
E avrebbe avuto il diritto di vederla e di viverla, quella notte meravigliosa.
Ma fu quello l’ultimo prezioso regalo di Benigno Zaccagnini ai suoi ragazzi: dimostrare che si può credere ai sogni, dimostrare che avere una fede e viverla come un servizio, può servire davvero per cambiare il mondo.

(intervento di Dario Franceschini alla commemorazione alla Camera nel ventennale della morte di Zaccagnini)