lunedì 9 novembre 2009

20 anni dalla caduta del Muro


Sono oggi 20 anni dalla caduta di quel Muro... e vorrei ricordare quella data con le parole che molti anni prima pronunciò Benigno Zaccagnini, in un discorso alla Camera, nel luglio del 1963: «Vi è una barriera che per noi tutte le simboleggia: il muro di Berlino, un muro che per la prima volta nella storia serve non per impedire che altri dall’esterno penetri, ma per impedire che chi soffre dentro la città di Berlino est possa uscire ed evaderne. Noi sappiamo che anche questo muro verrà abbattuto; e non verrà abbattuto dai carri armati, ma dal cammino travolgente delle idee di libertà, di giustizia e di pace che ovunque avanzano nel mondo» (Benigno Zaccagnini, 11 luglio 1963).

venerdì 6 novembre 2009

Così Zac ci insegnò a credere che i muri sarebbero caduti

Quando arrivò la notizia che Zaccagnini non era più tra noi, quella sera di vent’anni fa, in poche ore in tanti cominciammo a telefonarci. Improvvisamente ricostruimmo una rete di contatti, di rapporti che in molti casi si erano allentati o interrotti nel tempo.
Ci telefonammo in ogni città d’Italia per parlarci di quel dolore che sentivamo dentro.
A migliaia ci sentimmo d’improvviso come orfani di un padre a cui volevamo un bene intenso. Perché era qualcosa di più, e di più intimo, di un rapporto tra discepoli e maestro. Qualcosa di più, e di più profondo, del rapporto tra un leader e le migliaia di giovani che lui aveva avvicinato alla politica, che avevano iniziato a fare politica grazie a lui.
Ci sentivamo veramente una generazione, i ragazzi di Zac, arrivati a scegliere la Democrazia cristiana quando, dopo le dure sconfitte al referendum sul divorzio e alle amministrative del 1975, il partito aveva imboccato in quel modo imprevisto la strada del rinnovamento, sotto la guida di quest’uomo così diverso dall’immagine grigia e ripiegata sulla sola gestione del potere che la Dc in quegli anni aveva trasmesso al paese.
Qualcuno, anche allora, e ancora negli anni successivi, ironizzò sulla parabola di quell’uomo mite che era improvvisamente approdato sotto la luce dei riflettori. Lo chiamavano l’onesto Zac, dove l’aggettivo “onesto” doveva rappresentare nello stesso tempo un riconoscimento e un limite. Fu proprio quell’aggettivo che a noi ragazzi sembrò una straordinaria dote, così rara in quella stagione: la credibilità personale.
Benigno Zaccagnini era effettivamente un politico diverso dagli altri.
Perché per lui l’impegno era qualcosa che scaturiva come conseguenza inevitabile della sua fede.
In politica non per la fede ma a causa della fede. Non si stancava mai di ripetere ai giovani quella spiegazione.
E in questa motivazione, così impegnativa, c’era il senso di un dovere che non si può ignorare. Quel dovere di mettersi sempre al servizio del prossimo.
Per lui era stato sempre così, e noi lo sapevamo e lo vedevamo.
Sapevamo e conoscevamo questa sua storia avventurosa e complicata, che lo aveva portato a cambiare la sua vita e a dire di sì a domande scomode. Come quando aderì alla Resistenza. O come quando, finita la guerra, dovette cambiare i suoi progetti di vita, di medico, per rispondere alla chiamata della politica.
La politica come carità. La politica come amore del prossimo.
La politica come il campo dove testimoniare la “differenza cristiana”. Fu questa radicale distanza dal modello del politico tradizionale che ci affascinò e ci conquistò. Perché in Zac vedevamo un uomo che usava il potere e non ne era usato.
Lo scrisse bene Walter Tobagi nel febbraio del 1980, tre mesi prima di essere ammazzato dalle Brigate rosse: «Il primo miracolo di Zaccagnini è stato di restituire fiducia ad un partito che pareva destinato al naufragio: l’onesto Zaccagnini, il segretario dalla faccia pulita, il simbolo dell’antipotere che entusiasma le folle, parla ai giovani, risveglia l’anima popolare del partito, reinventa le feste all’insegna dell’amicizia e del confronto-concorrenza con i comunisti ».
Non c’è dubbio che la segreteria di Zac fu una straordinaria intuizione di Aldo Moro e della sua intelligenza politica.
Ma ciò che salvò la Dc fu qualcosa di più e forse di imprevisto: fu la credibilità personale, di uomo capace di ricostruire attorno al partito speranza e fiducia.
Avvenne tutto in pochi mesi.
Zaccagnini cominciò commemorando don Mazzolari, riscoprì il messaggio più autentico dell’ispirazione cristiana, di quel prete di campagna che parlava di “rivoluzione cristiana”.
Poi parlò, come Berlinguer, di una questione morale. E i giovani, tra lo stupore dei notabili che non capivano come quel dirigente ritenuto provvisorio e fragile potesse suscitare entusiasmi mai visti, lo seguirono, lo sostennero, contagiarono gran parte del partito sino a spezzare equilibri e incrostazioni interne.
Eravamo in centomila ragazzi, arrivati chissà da dove, spontaneamente e senza nessuna organizzazione, nella piazza di Palmanova, alla chiusura della prima festa dell’Amicizia nazionale, a sventolare bandiere che non sventolavano più da decenni ascoltando Zaccagnini che, a conclusione di quel discorso, ci diceva: «Il fiore è di nuovo bianco».
C’era, in quelle parole, il senso del nostro orgoglio. Della nostra appartenenza a una grande storia, che veniva da lontano, e che era stata in qualche modo piegata e avvilita.
«È proprio l’ identità democratica e cristiana del nostro partito – diceva Zaccagnini nella replica che concluse il congresso del ’76 – che non ci consente di essere il polo moderato dello schieramento politico italiano, il partito conservatore sottoposto alla volontà dei suoi protettori borghesi, e nemmeno il comitato d’affari del capitalismo italiano, oppure un’organizzazione di pura e semplice occupazione del potere». Sono parole che suonano ancora oggi come scandalose e audaci. E noi, giovani, democratici e cristiani, ci sentivamo rappresentati da un uomo che parlava così. Con un linguaggio che a distanza di tanti anni ha conservato una forza dirompente.
Ci stava stretto un partito moderato. Non ci piaceva un partito condannato a governare e votato solo per il suo essere baluardo anticomunista. Magari turandosi il naso. Ci sentivamo avversari dei comunisti, certo. Ma volevamo con loro una gara virtuosa tra chi aveva le idee più innovative, tra chi si impegnava di più per i propri ideali. Anche questo ci aveva spiegato Zac, con quella frase che per noi è famosa: «Sul piano politico il no al comunismo significa che se essi studiano, noi dobbiamo studiare di più; che se essi lavorano, noi dobbiamo lavorare di più; che se essi sono seri, noi dobbiamo essere più seri; che se essi hanno fede, noi dobbiamo avere più fede e certezza nelle nostre idee di quanta ne abbiano loro».
Nel Pci, in quella grande forza popolare, vedevamo profonde diversità ma anche valori comuni. Quei valori e quegli ideali che avevano tenuto insieme, nella Resistenza, i partigiani bianchi e quelli rossi. E che erano stati tradotti nel lavoro comune per scrivere insieme a persone di altre culture politiche la nostra Costituzione.
Era la storia dell’amicizia tra due ravennati, Benigno Zaccagnini, il partigiano Tommaso Moro e Arrigo Boldrini , il mitico Bulow. Ed era anche la storia dell’amicizia tra mio padre, giovane partigiano, e i suoi avversari politici.
Infine c’è un merito che la storia di questo paese deve ancora riconoscere a Zaccagnini: il ruolo insostituibile che ebbe nella lotta al terrorismo e alle Brigate rosse. Non soltanto per la scelta della linea della fermezza, pagata con una sofferenza atroce, nei giorni del rapimento e del martirio di Moro.
Quella sofferenza che io ricordo bene nei suoi racconti privati, ancora trafitti dal dolore quasi dieci anni dopo, quando nel salotto della sua casa di Ravenna, durante le vacanze di Natale, a me, a Renzo Lusetti, a Gianclaudio Bressa e ad altri figli suoi, raccontava di quei giorni, mostrando nella voce e nelle pieghe del volto quelle ferite ancora aperte.
Ma il merito storico che gli va riconosciuto sta soprattutto nel fatto che soltanto la sua Democrazia cristiana fu in grado di reggere l’impatto drammatico di quei giorni senza essere spazzata via dagli eventi, perché era tornata a essere credibile e popolare nel paese con la sua segreteria e per la sua credibilità personale. Non sarebbe stato così, la Dc non avrebbe avuto la sua forza, se nel luglio del 1975, meno di tre anni prima del rapimento di Moro, il partito non avesse cambiato sostanza e immagine grazie alla sua elezione, ricostruendo il suo rapporto con la società e i ceti popolari.
Oggi, anche per questo, dovrebbe essere ricordato dalla repubblica Italiana come uno dei suoi più autorevoli e determinanti servitori.
Noi lo ricorderemo anche per la sua diversità, per la sua profonda semplicità, per la sua capacità di guardare lontano.
L’11 luglio del 1963, intervenendo alla camera, si rivolse a Togliatti con parole profetiche: «Vi è una barriera che per noi tutte le simboleggia: il muro di Berlino, un muro che per la prima volta nella storia serve non per impedire che altri dall’esterno penetri, ma per impedire che chi soffre dentro la città di Berlino est possa uscire ed evaderne. Noi sappiamo che anche questo muro verrà abbattuto; e non verrà abbattuto dai carri armati, ma dal cammino travolgente delle idee di libertà, di giustizia e di pace che ovunque avanzano nel mondo».
Ci asciugammo le lacrime e ci telefonammo di nuovo in tanti la notte del 9 novembre 1989, mentre guardavamo in televisione i giovani di Berlino che abbattevano con la loro gioia incontenibile il muro della paura e della divisione. Zac se n’era andato appena quattro giorni prima.
Soltanto quattro giorni in più – ci dicemmo quella sera – gli sarebbero bastati per vedere quella notte che lui aveva sognato quasi trent’anni prima.
E avrebbe avuto il diritto di vederla e di viverla, quella notte meravigliosa.
Ma fu quello l’ultimo prezioso regalo di Benigno Zaccagnini ai suoi ragazzi: dimostrare che si può credere ai sogni, dimostrare che avere una fede e viverla come un servizio, può servire davvero per cambiare il mondo.

(intervento di Dario Franceschini alla commemorazione alla Camera nel ventennale della morte di Zaccagnini)

giovedì 5 novembre 2009

A 20 anni dalla morte



Benigno Zaccagnini: “... occorre custodire in se stessi un'anima intimamente rivoluzionaria operando però nel concreto con metodo, tenacemente, instancabilmente e senza sentirsi mai soddisfatti...” (5 novembre 1989- 5 novembre 2009)

venerdì 23 ottobre 2009

Domenica 25 vota Franceschini e Morassut

Domenica 25 ottobre anche a Rignano, come in tutta Italia, si voterà per eleggere il segretario nazionale, il segretario regionale e i delegati alle assemblee del Partito democratico. Dalle 7 alle 20 sarà aperto in piazza (davanti al distributore IP) un gazebo come seggio elettorale. Così come già fatto nell'assemblea di circolo, anche domenica sosterrò le candidature di Dario Franceschini e di Roberto Morassut, invitando a votare la lista collegata ad essi (ricordo che si può votare UNA SOLA LISTA sulla scheda nazionale azzurra e UNA SOLA sulla scheda regionale rosa).



domenica 18 ottobre 2009

Un'opposizione più forte

Alla presenza per la prima volta di un folto gruppo di cittadini, si è tenuta ieri la seduta del Consiglio comunale che ha portato alla revoca del suo presidente Di Lorenzi, con i voti della Maggioranza. Una seduta abbastanza concitata, che segna comunque una svolta nella vita amministrativa di questa consiliatura (basti pensare che il vicesindaco Conte ha parlato della "pagina più amara" della sua esperienza amministrativa). Al di là di ogni possibile commento, resta il fatto che anche Conte ha ammesso la crisi che da qualche mese vive la Maggioranza che guida il nostro paese. Una crisi politica, che, a mio avviso, nasce per diversi motivi (da non escludere le gravi difficoltà di bilancio e le scellerate scelte amministrative compiute negli ultimi tempi - dai concorsi e le assunzioni alla gestione della Multiservizi). Si attendono ora ulteriori sviluppi (cosa farà il gruppo dell'UDC? resterà in Maggioranza? e ci sarà qualche altro consigliere di Maggioranza che avrà il coraggio di ribellarsi a questo modo di amministrare?). Nel frattempo io continuo la mia battaglia, nella speranza che Rignano possa davvero risollevarsi, offrendo la mia disponibilità a quanti vogliano proporre con me una alternativa credibile e responsabile per le prossime elezioni, che non sono poi così lontane.

sabato 17 ottobre 2009

Consiglio comunale

Oggi alle 17,30 si terrà il Consiglio comunale con all'ordine del giorno la mozione di sfiducia nei confronti del presidente del consiglio comunale Fabio Di Lorenzi, presentata dalla Maggioranza (vedi testi allegati). Tutta la cittadinanza è invitata a partecipare.



lunedì 12 ottobre 2009

Sul Messaggero di oggi



Alla Convenzione nazionale del Pd di ieri, ero seduto dietro D'Alema e essendo quest'ultimo nell'occhio del ciclone mediatico, non potevo che finire anch'io sulle foto dei giornali...!

Presentata dalla Maggioranza la mozione di sfiducia al Presidente del Consiglio comunale di Rignano

Sarà votata Sabato 17 ottobre alle ore 17,30 la mozione di sfiducia nei confronti del Presidente del Consiglio comunale di Rignano Flaminio, Fabio Di Lorenzi. Dopo qualche mese di tira e molla, la Maggioranza decide di porre la questione di fiducia, aprendo ufficialmente una crisi al proprio interno che non vede coinvolto solo il gruppo consiliare dell'UDC (formato dallo stesso Di Lorenzi e da Lupi), ma anche altri consiglieri di maggioranza dato che la richiesta non è stata firmata dall'assessore Di Lorenzo. Si preannuncia così una seduta di Consiglio abbastanza infuocata (basti immaginare che fin qui tutte le convocazioni del Consiglio comunale si sono svolte nei giorni feriali, questa, un pò furbamente, il Presidente l'ha convocata per un giorno festivo, dove potranno esser presenti più nostri concittadini). Staremo a vedere cosa succederà (io ho un mio pensiero, ma... vedremo sabato!). Nel frattempo vi allego in questo post la lettera di convocazaione del Consiglio e la richiesta di sfiducia presentata da Conte e company.




Un grande Dario Franceschini...

Questa mattina (ieri ormai, perchè passata la mezzanotte), tra i 30 delegati della provincia di Roma e i circa 1000 di tutta Italia, ho preso parte alla Convenzione nazionale del Partito democratico, che si è tenuta al Marriott Park Hotel di Roma. Alla Convenzione sono intervenuti, presentando i loro programmai, i tre candidati Bersani, Franceschini e Marino, che si contenderanno il 25 ottobre nelle Primarie la carica di segretario del Pd. Non c'è stata storia (tanto per riprendere uno slogan tanto caro a Bersani)... Dario ha stravinto il confronto tra i tre, sia per contenuti sia per carica espositiva. Davvero un buon inizio in vista delle Primarie, che ci dovranno vedere però tutti impegnati, non solo per rendere forte Franceschini, ma l'intero Partito democratico. Tutti e tre i candidati, infatti, hanno tenuto a sottolineare l'importanza di un partito unito: dopo il 25, si dovrà tutti remare per la stessa barca e nella stessa direzione, per riprendere la guida del nostro Paese e sottrarla al peggior presidente del Consiglio che l'Italia abbia mai avuto (indecenti, ancora una volta, le sue dichiarazioni di stamane sul Pd). Bella, in questo senso, l'apertura che Dario ha fatto ai suoi avversari, invitandoli, se sarà riconfermato segretario, a far parte della sua squadra, l'uno, Bersani, per le competenze in campo economico, l'altro, Marino, per i meriti nella scienza. Se così, tra gli iscritti, Bersani l'ha fatta da padrone, il 25 sarà tutta un'altra partita e, se il buongiorno si è visto oggi... Dario ce la può veramente fare! Sta a noi sostenerlo! Il 25 ottobre vota e fai votare per Dario Franceschini, segretario del Pd!



mercoledì 7 ottobre 2009

Bocciato il lodo Alfano


Questo il testo della Consulta:

Legge 23 luglio 2008, n. 124
(c.d. “Lodo Alfano”)


La Corte costituzionale, giudicando sulle questioni di legittimità costituzionale poste con le ordinanze n. 397/08 e n. 398/08 del Tribunale di Milano e n. 9/09 del GIP del Tribunale di Roma ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 1 della legge 23 luglio 2008, n. 124 per violazione degli articoli 3 e 138 della Costituzione. Ha altresì dichiarato inammissibili le questioni di legittimità costituzionale della stessa disposizione proposte dal GIP del Tribunale di Roma.

dal Palazzo della Consulta, 7 ottobre 2009

venerdì 2 ottobre 2009

Tra gli iscritti nel Lazio vincono Franceschini e Morassut... ora le Primarie!

Si chiude, con un risultato a sorpresa la sfida tra gli iscritti al PD Lazio. Contro ogni pronostico la mozione Franceschini/Morassut vince la sfida tra gli iscritti. Un risultato straordinario, soprattutto perché si tratta di un dato comprensivo di tutte e cinque le province della regione, quindi un dato non parziale, e si considera la sproporzione delle forze e delle risorse in campo.
È giusto ricordare che gli iscritti non sono stati chiamati ad eleggere gli organismi dirigenti, compito deputato alle primarie, ma a sottoscrivere le candidature (infatti chi non avesse raggiunto il 5% dei consensi non avrebbe potuto candidarsi alle primarie).
Alla data del 30 settembre, queste i dati complessivi e la suddivisione dei consensi tra le mozioni:

Su 509 circoli, votanti 57962 pari al 69%

Candidati alla segreteria nazionale:

Franceschini 25.694 pari al 44,1%
• Bersani 24.694 42,2%
• Marino 7.825 13,4%

Candidati alla segreteria regionale:

Morassut 25.585 44,5%
• Mazzoli 24.219 42,1%
• Argentin 7.700 13,5%

Queste le percentuali suddivise per province

Roma città

• Bersani 10.043 55%
• Franceschini 5.199 29%
• Marino 2.914 16,3%

• Mazzoli 9.606 54%
• Morassut 5.525 31%
• Argentin 2.801 16%

Provincia di Roma

• Bersani 7.902 40%
Franceschini 10.823 55%
• Marino 984 5%

• Mazzoli 7.659 39,6%
Morassut 10.671 55%
• Argentin 1.018 5,2%

Latina e Provincia

• Bersani 2.083 43%
• Franceschini 2.349 48%
• Marino 421 9%

• Mazzoli 1.963 41%
• Morassut 2.348 49%
• Argentin 519 11%

Viterbo e Provincia

• Bersani 2.459 42%
• Franceschini 3.183 54%
• Marino 232 4%

• Mazzoli 2.613 45%
• Morassut 3.042 52%
• Argentin 199 3%

Rieti e Provincia

• Bersani 963 31%
• Franceschini 1.910 62%
• Marino 197 6%

• Mazzoli 958 31%
• Morassut 1.860 61%
• Argentin 244 8%

Frosinone e Provincia

• Bersani 1.244 19%
• Franceschini 2.230 34%
• Marino 3.077 47%

• Mazzoli 1.420 22%
• Morassut 2.139 33%
• Argentin 2.953 45%

Terminata questa prima fase ora comincia la sfida vera e propria, quella delle elezioni primarie, in cui non solo gli iscritti, ma tutti gli elettori del PD saranno chiamati ad eleggere il segretario nazionale, il segretario regionale e le assemblee (nazionale e regionale). Si tratta di un fatto di assoluto rilievo democratico, unico in Italia, in cui una platea vastissima è chiamata ad esprimersi e a decidere sui massimi organismi dirigenti del partito. Ogni elettore, domenica 25 ottobre, presentandosi nel gazebo più vicino al suo seggio elettorale, munito di tessera elettorale e versando 2 € potrà votare. È una scelta coraggiosa, di grande trasparenza, in tempi in cui la politica non offre molte sedi di confronto e spesso provoca la disaffezione dei cittadini.