domenica 7 febbraio 2010

Lavoriamo seriamente ad una alternativa


È trascorso quasi un mese dall’ultimo aggiornamento di questo blog e, scusandomi comunque per questa mancanza, devo dire che il motivo non è imputabile solamente alla pigrizia o al poco tempo avuto a disposizione nell’ultimo periodo a causa di impegni lavorativi.
Dopo che, come consigliere d’opposizione (insieme agli altri colleghi), ho denunciato alla cittadinanza rignanese (vedi manifesto del 9 gennaio u.s.) l’eventualità della costruzione di un impianto di trattamento dei rifiuti nel nostro paese (scelta confermata dagli stessi amministratori di maggioranza nei manifesti di risposta e, persino, nel programma elettorale presentato nel 2006), mi sono volutamente preso una “pausa”, evitando polemiche inutili, ma cercando nel frattempo di documentarmi maggiormente sulla questione, così come, credo, ogni amministratore responsabile debba fare.
Nella consapevolezza che il tema dello smaltimento dei rifiuti sia uno dei più importanti e complessi della nostra società e che sia tutt’ora in corso nel mondo la ricerca e la sperimentazione di soluzioni adeguate, ho cercato di trovare argomentazioni che avvalorassero e rendessero ancor più consapevole il mio iniziale rifiuto (confesso, in un primo momento, dettato solo dall’istinto) alla costruzione di un impianto per il trattamento dei rifiuti a Rignano. Il mio, quindi, non è un rifiuto pregiudiziale, bensì un’opposizione ragionata e basata su solidi argomenti.
Innanzitutto, tengo a precisare, so che gli amministratori di maggioranza non hanno ammesso la costruzione dell’impianto, ma solamente di lavorare ad uno “studio di fattibilità per effettuare lo smaltimento dei rifiuti mediante processo di dissociazione molecolare al plasma” (a dir il vero, in prima battuta, già lo scorso anno, quando come Pd chiedemmo garanzie al Sindaco sulla non veridicità della questione, il Sindaco stesso, dalle pagine di un giornale locale, si precipitò a smentire categoricamente la cosa e a tacciarci, anzi, di esser solamente dei “chiacchieroni da bar”), ma proprio per questo è bene discuterne finché si è in tempo, dato che fare una scelta del genere significherebbe imboccare una strada dalla quale non più possibile tornare indietro.
Ad un primo impatto l’opinione pubblica tende a dividersi sul problema in due fazioni contrapposte (così come, semplicisticamente, capita anche per altri tipi di situazioni): quelli che sono favorevoli purché siano adottate tecnologie moderne, considerando che da qualche parte bisogna pur mettere i rifiuti; quelli che sono contrari a priori perché questi impianti sono pericolosi per la salute e per l’ambiente. Io, in tutta franchezza, non sento di appartenere né all’una né all’altra ed in queste poche righe cercherò di motivarne il perché.
In primo luogo, bisogna partire dalle normative europee e italiane in materia, che hanno sempre indicato quale primo obiettivo la riduzione dei rifiuti e principalmente la prevenzione (vedi Direttiva 2006/12/CE e Testo Unico Ambientale), non l’incenerimento. So che i nostri amministratori tengono a precisare che il dissociatore molecolare non sia un inceneritore, ma a questi signori consiglierei di leggersi il testo del decreto legislativo n. 133 dell’11 maggio 2005 “Attuazione della direttiva 2000/76/CE, in materia di incenerimento dei rifiuti”, che all’art. 2 c. 1 definisce così gli impianti di incenerimento: “qualsiasi unità e attrezzatura tecnica, fissa o mobile, destinata al trattamento termico di rifiuti ai fini dello smaltimento, con o senza recupero del calore prodotto dalla combustione. Sono compresi in questa definizione l’incenerimento mediante ossidazione dei rifiuti, nonché altri processi di trattamento termico, quali ad esempio la pirolisi, la gassificazione ed il processo al plasma, a condizione che le sostanze risultanti dal trattamento siano successivamente incenerite. La definizione include il sito e l’intero impianto di incenerimento, compresi le linee di incenerimento, la ricezione dei rifiuti in ingresso allo stabilimento e lo stoccaggio, le installazioni di pretrattamento in loco, i sistemi di alimentazione dei rifiuti, del combustibile ausiliario e dell’aria di combustione, i generatori di calore, le apparecchiature di trattamento, movimentazione e stoccaggio in loco delle acque reflue e dei rifiuti risultanti dal processo di incenerimento, le apparecchiature di trattamento degli effluenti gassosi, i camini, i dispositivi ed i sistemi di controllo delle varie operazioni e di registrazione e monitoraggio delle condizioni di incenerimento”. Quindi non sono io, ma le leggi italiane, a dire che anche il dissociatore molecolare è un inceneritore.
Altro riferimento utile si può rintracciare nella famosa legge di conservazione della massa, enunciata nel XVIII secolo da Antoine Lavoisier: “Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma”. Questa legge sta a significare che in una reazione chimica la massa iniziale è esattamente uguale alla massa finale. Se, per capirci meglio, si bruciano 100.000 tonnellate l’anno di rifiuti, essi non saranno distrutti totalmente, bensì usciranno 100.000 tonnellate l’anno di scarti, composti da: fumi e polveri di scarico che andranno in atmosfera (con un raggio di ricaduta di 30 km); ceneri nocive che andranno in discariche speciali (altro che eliminazione delle discariche!); acque di scarico inquinate che comprometteranno falde e terreni. L’inceneritore, quindi, non risolve il problema dei rifiuti eliminandoli, ma semplicemente li trasforma in una composizione chimica differente, rendendoli anche molto più nocivi dei prodotti di partenza.
È forse un caso che nelle zone limitrofe agli inceneritori le malattie cardiovascolari, le malformazioni fetali, i tumori, le leucemie infantili siano in drastico aumento rispetto alla media nazionale? Centinaia di documenti scientifici e medici dimostrano che tutti gli inceneritori (compresi i dissociatori molecolari) producono nanopolveri (polveri minuscole e altamente tossiche). E l’Organizzazione Mondiale della Sanità sostiene che le nanopolveri sono “la maggior minaccia alla salute umana da inquinamento dell’aria”.
In Europa la tendenza alla costruzione degli inceneritori è in declino per soluzioni più economiche e non inquinanti. Solo in Italia (dove gli inceneritori sono pubblici, incentivati tramite i CIP6 delle nostre bollette Enel e per questo multati dalla UE) sono in crescita, come se fosse l’unica alternativa al problema rifiuti. Il ricorso alla combustione dei rifiuti, invece, andrebbe fatto solamente in mancanza di alternative all’emergenza “spazzatura”. Ma le alternative e le soluzione esistono!
Ed è questa la mia posizione, quella terza via che mi differenzia dai semplici favorevoli o contrari. Io sostengo che, alla scelta della dissociazione molecolare come soluzione al problema, sia di gran lunga preferibile una gestione integrata del ciclo dei rifiuti, basata sui principi della raccolta differenziata, del riciclo, del riuso e del trattamento biomeccanico.
In questi anni alcuni Comuni hanno dimostrato che l’aumento dei rifiuti non è più un dato immodificabile, ma solo un fattore che può essere governato con il coraggio di una politica che guarda alla sostenibilità e alla necessità di scelte coraggiose e concrete per un comune futuro possibile. Grazie alla raccolta domiciliare e alla grande collaborazione della cittadinanza, è stato possibile superare quote di raccolta differenziata anche superiori all’80%, con una riduzione complessiva dei costi, creazione di posti di lavoro, riduzione delle tariffe alla cittadinanza ed una riduzione annua della produzione complessiva dei rifiuti. È questo ciò che si indica con la “Strategia Rifiuti Zero”, che significa riciclaggio grazie alla raccolta differenziata e riduzione dei rifiuti con progetti mirati all’abbattimento della loro produzione. Alcuni esempi importanti: compostaggio domestico della frazione organica, acquisti verdi negli enti pubblici, eliminazione delle acque minerali dalle mense comunali e scolastiche, eliminazione dell’usa e getta dalle sagre e feste popolari, diffusione dei distributori alla spina di latte, detersivi e altri prodotti, diffusione dei pannolini lavabili, etc..
I sostenitori della “Strategia Rifiuti Zero” partono dall’idea che ogni rischio è inaccettabile se evitabile. Che non si deve far correre alla popolazione un rischio che può essere evitato quando si può ricorrere alle alternative che ci sono. Che si può uscire dall’incenerimento con vantaggi economici, sanitari ed ambientali che sono descrivibili. Un esempio? Capannori, in provincia di Lucca, 47.000 abitanti, il più grande comune rurale d’Italia. Prima portava in discarica 20.000 tonnellate di rifiuti. Poi ha accresciuto la differenziata al 70-75% e le tonnellate di rifiuti in discarica sono calate a 6.000.
“Rifiuti zero” non è un’utopia, ma un obiettivo essenziale per cercare di costruire una maggiore sostenibilità. Per far crescere questa strategia è urgente ed importante che tante amministrazioni, oltre a quelle che hanno già adottato questo impegno, aderiscano e costruiscano, tutte assieme, un’azione territoriale dimostrandone la possibilità ed i vantaggi ambientali, sociali ed economici che ne derivano.
La costruzione di un impianto per il trattamento dei rifiuti (inceneritore o dissociatore molecolare che sia) significherebbe la definitiva compromissione di un vasto territorio di pregio, significherebbe gettare al vento il grande sforzo di intere comunità virtuose che hanno sostenuto percorsi di valorizzazione del territorio basati sul turismo, sull’agricoltura di qualità, sulla valorizzazione dei beni ambientali, storici ed archeologici. Un’amministrazione comunale che pianifica e programma, senza tenere conto degli effetti delle sue scelte, è lontana dalle comunità, dai cittadini e dal perseguimento del bene comune. Una simile visione è oltraggiosa nei riguardi di intere generazioni che hanno costruito ed abitato questi luoghi, è crudele nei riguardi di coloro che lo abiteranno. Credo che nostro principale compito sia quello di mantenere e migliorare i luoghi per restituirli alle generazioni future affinché li possano vivere ed abitare con pienezza e senza rischi. Il dissociatore non è sicuro, non è economico, non è ecologico. Per questo, dobbiamo opporci energicamente a questa follia che mette a rischio l’ambiente, l’economia e la salute della nostra gente. Sto lavorando, quindi, all’organizzazione di iniziative (manifestazioni pubbliche, raccolta di firme, proposte di deliberazioni consiliari), alcune insieme agli altri colleghi d’opposizione, per contrastare questa follia. Non si può accettare con indifferenza una scelta così errata per il futuro di Rignano. “La terra non è nostra, è un bene ricevuto in eredità dalle generazioni precedenti, che dobbiamo preservare, e possibilmente migliorare, per le generazioni future”… continua a seguirmi e ad appoggiare la mia battaglia, la nostra battaglia!

1 commento:

claudia ha detto...

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